I numeri della filiera alimentare
Quanto pane e quante uova produce l'Italia: volumi, consumi e tendenze della filiera spiegati con dati chiari per leggere il mercato con consapevolezza.
La redazione di Grano e TerritorioPubblicato il Lettura 7 min

Se cerchi quanti chili di pane e quante uova consuma ogni anno l’Italia, qui trovi un punto di partenza onesto per leggere la filiera. La pagina di Wikipedia dedicata alla storia dell’agricoltura italiana non pubblica volumi o consumi annui di pane e uova.
Puoi capire invece da dove vengono grano, farine, allevamenti e superfici agricole, e perché ancora oggi pane e uova dipendono da scelte fatte molto prima di te.
Cosa dicono i numeri se cerchi pane e uova?
Tu arrivi a questa storia con una domanda pratica, quanto pane passa dal forno e quante uova passano dal pollaio alla tavola, e vorresti cifre nette da confrontare anno per anno. La pagina ti offre un altro tipo di numeri, le superfici delle aziende agricole in ettari per regione tra 1999 e 2007 e le categorie di coltivazione rilevate nel 1990. Con questi dati puoi ragionare sul terreno che sostiene la filiera, non sul carrello della spesa. Per il Piemonte leggi 1.533.894 ettari nel 1999 e 1.403.893 ettari nel 2007, per la Lombardia 1.392.331 ettari nel 1999 e 1.258.471 ettari nel 2007, per la Toscana 1.664.674 ettari nel 1999 e 1.458.301 ettari nel 2007.
Da dove parte la filiera italiana?
La storia descritta inizia nel V millennio a.C., con i primi insediamenti agricoli datati intorno al 5000 a.C. Puoi immaginare due strade di arrivo dei primi contadini dall’Anatolia, una via mare fino in Sicilia e una lungo il Danubio e poi attraverso l’arco alpino. In Sicilia nascono villaggi agricoli affini a quelli della Mezzaluna Fertile, indicata come Anatolia, Siria, Israele e valli del Tigri e dell’Eufrate. A nord nascono villaggi con le stesse caratteristiche di quelli del Neolitico nei Balcani, che nello spazio di un millennio registrano notevoli sviluppi. Se segui La filiera dal grano al pane fresco ogni giorno in Italia vedi lo stesso filo, dal campo al prodotto che porti a casa.
Perché le terramare contano ancora per te?
Nell’età del bronzo tutta la pianura padana viene colonizzata grazie alle terramare, abitazioni simili a palafitte. Qui gli abitanti perfezionano metodi di coltivazione e di allevamento adottati nel periodo neolitico, rimasti sostanzialmente uguali fino al Medioevo. Per te che compri pane, questo significa che frumento, orzo e allevamento di base restano per secoli il cuore del sistema. Non trovi rese per ettaro né dosi, trovi la spiegazione di una continuità lunga, interrotta solo da cambiamenti di organizzazione e di irrigazione.
Perché Roma assegnava a ogni pianura un ruolo?
Nell’età del ferro l’Italia diventa il centro della Repubblica e dell’Impero. L’Oriente aveva sviluppato grandi imperi basati su cereali, principalmente frumento e orzo, e Roma conquista molte grandi pianure del mondo allora conosciuto e assegna a ciascuna una funzione precisa. I paesi i cui confini non sono minacciati vengono usati per alimentare Roma, descritta come ventre dell’Impero, dove centinaia di migliaia di ex contadini guerrieri, spogliati dei terreni, rivendicano panem et circenses. I paesi vicini ai confini minacciati, come Reno e Danubio, producono il grano per le legioni accampate ai margini, come nel caso della Francia. Per la domanda alimentare delle zone centrali e di Roma, soprattutto delle classi più abbienti, si sviluppano le prime tecniche di coltura di frutta e verdura e di allevamento di suini, ovini e pollame a carattere preindustriale. Lo spagnolo Lucio Giunio Moderato Columella, titolare di vigneti tra i Castelli Romani, scrive il primo trattato scientifico sulle tecniche agricole nel mondo occidentale.
Come si mangiava nei villaggi sparsi del Medioevo?
Dopo la fine dell’Impero, per quasi mille anni, agricoltura ed economia vivono una regressione tecnologica vicina a quella dell’età del bronzo in Grecia e nelle regioni dell’Italia romana. La produttività si riduce, la popolazione rurale vive in piccoli villaggi sparsi tra boschi e paludi e ricava parte del sostentamento da prati e paludi, con carne, pesce, miele, pellicce e tessuti. Verso la fine del Medioevo, con le prime compagnie dell’artigianato e del commercio, compaiono nuovi sistemi in Fiandre, in Val Padana e nelle pianure minori dell’Italia centrale. Nella Pianura Padana si sviluppa un nuovo rapporto tra l’uomo e le risorse naturali basato sull’irrigazione, mentre il testo ricorda che in Medio Oriente l’irrigazione aveva permesso enormi produzioni di grano su terreni poi divenuti deserto per sfruttamento. L’agricoltura tardomedievale italiana si basa su allevamento intensivo e su produzione su larga scala di fibre per tessuti, frutta e verdura. Puoi leggere questa fase come una lezione sul perché l’acqua e la cura del suolo decidono la tavola, e approfondire la storia agricola della penisola per collocare ogni passaggio nel suo secolo.
Dove rinasce l’agricoltura che porta al forno moderno?
Favorite dall’abbondanza di cibo, le città italiane diventano aree di esportazione di lana, armi, vetro e formaggio capace di conservarsi a lungo. Questa ricchezza non è protetta da una forza politica e militare proporzionata, così attira gli eserciti di Francia e Spagna, e per due secoli i campi fertili diventano campi di battaglia fino a una miseria documentata dalle cronache del Seicento. Durante l’Illuminismo l’agricoltura lombarda riprende a crescere intorno a Milano con il formaggio e la seta, e la città torna a essere una delle grandi capitali culturali del periodo. Per te il punto utile è il legame tra campagna produttiva e città che trasforma, il pane e il formaggio che viaggiano dipendono da campi sicuri e da strade sicure.
Perché il grano diventa una battaglia politica?
Il XIX secolo è il periodo del Risorgimento, al quale le classi contadine non prendono parte, e il governo resta in maggioranza nelle mani di proprietari terrieri legati a un’agricoltura arretrata, che usano la condizione contadina per rafforzare i propri privilegi. Alla fine del secolo scaricare i costi della crisi agraria sui coltivatori è l’unica preoccupazione dei primi parlamenti unitari. Il periodo che inizia alla fine del secolo con i governi di Giovanni Giolitti apre nuovi orizzonti economici e sociali, interrotti dalla Grande Guerra e seguiti da stagnazione. Le famiglie dei grandi proprietari ricorrono poi al fascismo, con una politica mirata ad aumentare la produzione di grano, la battaglia del grano e la nascita del grano Ardito, per fornire energia alla popolazione, mentre altri aspetti del progresso agricolo vengono accantonati. Alla fine della seconda guerra mondiale la produzione alimentare può contare solo su un’agricoltura arretrata, frenata anche dai danni di guerra.
Chi rimette in moto la ricerca dopo la guerra?
In quel periodo diventa ministro dell’agricoltura Giuseppe Medici, agronomo e uomo di Stato, e anche grazie ai suoi interventi l’Italia è il primo paese a ospitare una conferenza internazionale di ricercatori agricoli che collega programmi di ricerca per aumentare l’efficienza produttiva. I trent’anni dopo la guerra portano nuove norme, comitati nazionali e scoperte, con la nascita del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, ora ENEA, con al suo interno il Centro di Studi Nucleari della Casaccia. Compare una generazione di agronomi e genetisti, figli della rivoluzione verde, che lavorano sul territorio fuori dagli schemi tradizionali e arrivano a risultati come il CPB 144 e la varietà di grano duro che ne deriva, il grano Creso. In Europa si rinnovano le tecniche, nascono imprese di allevamento sul modello americano basato su granturco ibrido e frutta e viticoltura delineano un quadro nuovo capace di competere con l’agricoltura francese nei decenni successivi. Questa età dell’oro termina nel 1980 con i cambiamenti della politica agricola della Comunità europea, poi con la perdita di metà dei terreni agricoli per cementificazione e con la fine della ricerca agricola avanzata chiesta dal movimento ambientalista. L’Italia resta a produrre su superficie ridotta con mezzi più obsoleti, mentre a Roma il dibattito resta confuso.
Cosa puoi fare tu con questi dati in mano?
Puoi usare le categorie rilevate nel 1990 per orientarti quando leggi un’etichetta o visiti un’azienda, perché dicono cosa il territorio coltiva davvero. La classificazione distingue frumento duro e tenero, mais, riso e altri cereali, ortaggi e patate, piante industriali, vite e olivo, fruttiferi e agrumi, coltivazioni foraggere e foreste. Puoi confrontare le superfici della tua regione con quelle vicine, per esempio l’Umbria passa da 588.372 ettari nel 1999 a 634.615 nel 2003, poi a 622.100 nel 2005 e a 585.144 nel 2007, mentre le Marche passano da 818.809 a 671.481 e il Lazio da 1.128.164 a 940.447 nello stesso arco. Se vuoi tradurre tutto questo in cucina, parti da Uova fresche e sicure come leggerne qualità e giornata per leggere guscio e conservazione, e da Pane fresco in casa come conservarlo al meglio ogni dì per gestire crosta e mollica senza sprechi. Quando fai la spesa al mercato o al forno, chiedi la provenienza del grano e il tipo di allevamento e confronta la risposta con le colture tipiche della zona.